Pizzighettone 1403: la battaglia dimenticata

L’evento

Potere, tradimenti, politica, guerre: sono le parole-chiave di una vicenda accaduta nel tardo Medioevo italiano, da cui scaturisce un racconto intrigante, ricco di azione e tensione, sospeso fra thriller e noir.

L’iniziativa è una narrazione storica intitolata Pizzighettone 1403: la battaglia dimenticata, proposta in varî appuntamenti svoltisi a partire dal 2011 in Lombardia.

Lo spettacolo porta al centro dell’attenzione contesto, personaggî e retroscena di una sanguinosa battaglia combattuta nel settembre 1403 sulle sponde del fiume Adda.

La formula scelta per l’evento si ispira al teatro di narrazione: le sue rappresentazioni si svolgono lungo percorsi guidàti a tappe.

A condurli è Davide: ideatore e narratore dell’iniziativa, lo storico ha ricostruito la vicenda del 1403 grazie a personali ricerche archivistiche e bibliografiche.

Articolato con stile colloquiale, affabile e brioso, il monologo di Davide non si esaurisce alla cronistoria e alla biografia.

Invece, diventa un’occasione coinvolgente per tratteggiare il periodo storico a cavallo fra Trecento e Quattrocento e l’eredità che ha lasciato: società, economia, usi, arti, tradizioni e curiosità.

La trama

L’ambientazione storica di Pizzighettone 1403: la battaglia dimenticata si colloca nel periodo compreso fra XIV e XV secolo, quando il Cremonese faceva era parte del Ducato di Milano.

In particolare, nell’estate 1403, pochi mesi dopo la morte del primo duca milanese Gian Galeazzo Visconti: durante gli scontri tra le milizie del casato visconteo e le fazioni politiche che in varie città del Nord Italia si stavano sollevando contro la signoria retta dalla vedova di Gian Galeazzo, Caterina Visconti, e dal suo primogenito Giovanni Maria, nuovo duca di Milano.

Una rivolta capeggiata dal nobile cremonese di parte guelfa Ugolino Cavalcabò nel Giugno 1403 scacciò magistrati ducali dalla Città del Torrazzo, che fu data in signoria allo stesso Ugolino.

Nel córso dell’estate i partigiani guelfi e quelli ghibellini (o, comunque, i sostenitori déi Visconti) si scontrarono ripetutamente per contendersi i presidî fortificàti del Cremonese.

Una fra i più strategici fra questi capisaldi era il Castello di Pizzighettone, lungo il fiume Adda, sulle cui mura sventolava ancóra l’insegna della Vipera milanese.

Alla fine di Agosto un contingente guelfo occupò il borgo riverasco ponendo il blocco la guarnigione castellana. Conduceva le operazioni un capitano originario di Soncino: Cabrino Fondulo, allora in ascesa nel panorama politico-militare lombardo e noto fin da giovanissimo per la sua indole cruenta (aveva perpetrato la sua prima strage all’età di sedici anni).

Intenzionata a soccorrere il presidio visconteo, una formazione di partigiani bergamaschi al comando del nobile ghibellino Francesco Suardi, giĆ  impegnàti nella difesa di Crema, si diresse verso Pizzighettone.

La brigata bergamasca giunse davanti alle mura pizzighettonesi il 4 settembre: lo stesso giorno in cui Cabrino Fondulo era riuscito a impadronirsi del Castello.

Venuta meno la possibilità di recare soccorso al presidio visconteo, il gruppo di ghibellini tentò di ripiegare verso Crema ripercorrendo il tragitto dell’andata, stretto fra l’Adda e il Serio Morto.

Ritirarsi, però, non era più possibile: da Pizzighettone e dal fiume stavano sopraggiungendo le truppe condotte da Cabrino Fondulo.

Intrappolàti senza scampo fra i due córsi d’acqua, i Ghibellini bergamaschi furono travolti e massacràti a centinaia dai Guelfi cremonesi. Il loro stesso comandante trovò la morte nella battaglia.

L’esito dello scontro fu determinante per volgere le sórti dell’intera campagna militare a favore della parte guelfa ed estromise i Visconti dal cuore del Cremonese per più di un quindicennio.

Nonostante il numero di vittime (considerevole per l’epoca) e la ferocia del combattimento, il cruento episodio fu presto tralasciato dalla storiografia o, in alcuni casi, addirittura travisato.

La vicenda

Nell’estate 1403 il territorio cremonese (così come il Bergamasco, il Bresciano e il Cremasco, allora parte del Ducato di Milano) fu tormentato da una serie di scontri armàti tra le fazioni déi Guelfi e déi Ghibellini.

A scatenare i conflitti erano stati gli eventi seguìti alla scomparsa nel settembre precedente del duca di Milano Gian Galeazzo Visconti (1351-1402). Personaggio dominante nella politica italiana dell’ultimo quindicennio del XIV secolo, l’esponente visconteo era riuscito a portare alla massima espansione i dominî del casato, facendoli anche elevare al rango di Ducato: titolo ottenuto nel 1395 dal re dei Romani Venceslao di Lussemburgo (1361-1419) grazie al pagamento di una forte somma di denaro.

L’area su cui Gian Galeazzo esercitava la propria influenza si estendeva dal Piemonte al Veneto e dalla Svizzera meridionale alla Toscana e all’Umbria. La scomparsa del primo duca di Milano aveva incrinato questo sistema di potere che si basava sulla sua forte e determinata personalità.

A succedergli era stato il giovane primogenito Giovanni Maria (1388-1412), posto sotto tutela della madre Caterina Visconti (1362-1404): lo stesso Gian Galeazzo aveva individuato la moglie come tutrice del figlio nelle attività politiche, assistita da un consiglio di reggenza.

Dilaniato dalle ambizioni personali e dalle rivalità tra i membri del consiglio stesso (oltre che di altri personaggî interessàti ad accaparrarsi fette di potere), il governo milanese aveva visto ridursi rapidamente la propria capacità di controllo su vaste porzioni del Ducato e déi protettorati viscontei.

Di questa situazione avevano approfittato condottieri, signori e signorotti locali perlopiù di parte guelfa, ostili al Casato della Vipera: oppressi dalla potenza di Gian Galeazzo, spesso incarceràti o perseguitàti negli anni precedenti, erano partiti alla riscossa fomentando rivolte e sollevazioni in varî luoghi dello stato visconteo.

Nel Cremonese uno déi principali aggregatori e catalizzatori di questi fermenti era stato Ugolino Cavalcabò (1350 c.a-1406). Discendente di un casato guelfo più volte signore di Cremona fra XIII e XIV secolo, Ugolino era stato coinvolto attivamente nelle lotte tra i Gonzaga di Mantova e Gian Galeazzo Visconti, prestando servizio per il sovrano milanese nell’ultimo decennio del Trecento. Forse non sicuro della sua fedeltà, dal 1398 il duca lo aveva posto al confino (se non addirittura in prigione) a Pavia.

Néi mesi successivi alla morte del sovrano il peggioramento della situazione politica e il crescente bisogno di risorse monetarie aveva spinto Giovanni Maria Visconti, Caterina e il consiglio di reggenza a liberare parecchî detenuti o confinàti per motivi politici, dietro pagamento di forti somme di denaro.

Della cosa aveva beneficiato anche Ugolino, che nella prima metà del 1403 era riuscito a procurarsi la somma necessaria alla liberazione: probabilmente, grazie a un accordo economico con il nobile cremonese Giovanni Ponzoni (?-1403), anch’egli ostile al Casato della Vipera.

Altrettanto probabilmente, la pratica era stata agevolata dall’azione del cugino e cognato Andreasio Cavalcabò (1350 c.a-1406), che all’epoca faceva parte dello stesso consiglio di reggenza visconteo.

È possibile che gli eventuali accordi con Giovanni Ponzoni e con Andreasio Cavalcabò rientrassero in un complotto ai danni del patrizio novarese Francesco Barbavara (?-1413/1415). Già «primo camerario» ed esecutore testamentario di Gian Galeazzo, Francesco aveva ricevuto il compito dal defunto sovrano di favorire l’insediamento a Verona della signoria del figlio secondogenito del duca, Filippo Maria Visconti (1392-1447), oltre che di assistere il primogenito Giovanni Maria e l’intero complesso del governo visconteo.

Francesco Barbavara era contrastato da alcuni membri della stessa famiglia Visconti e osteggiato da molti esponenti déi nobiles locali, come i Cavalcabò e i Ponzoni: questi clan miravano a sovvertire il potere ducale per ottenere vantaggî personali o familiari néi territorî di origine, anche sfruttando il diffuso malcontento popolare néi confronti del duro regime fiscale imposto da Gian Galeazzo e mantenuto dai suoi successori.

Preceduti da alcune azioni militari déi Rossi di Parma nel maggio 1403, alla fine di giugno sanguinosi tumulti erano scoppiàti in rapida successione a Milano, nel Cremonese, nel Bresciano, nel Cremasco, a Bellinzona, nel Comasco, nel Lecchese e nel Bergamasco. Le sollevazioni avevano portato alla cacciata di Francesco Barbavara dal capoluogo lombardo e dal governo del Ducato.

La sommossa di Cremona del 24 giugno aveva costretto i magistrati milanesi lì presenti a rifugiarsi nel Castello di Santa Croce. Cinque giorni dopo la città era stata occupata dai miliziani di Giovanni Ponzoni e di Ugolino Cavalcabò, poi proclamàti «conservatores et gubernatores civitatis Cremonae».

L’instaurazione di questa signoria de facto non aveva pacificato la situazione del Cremonese. I Ghibellini, i partigiani déi Visconti e gli oppositori déi Cavalcabò e déi Ponzoni avevano incassato duri colpi néi primi giorni della rivolta, con il saccheggio déi loro beni, la distruzione di varî capisaldi fortificàti e l’uccisione di molti fra le loro schiere.

Dopo aver subito l’iniziativa déi Guelfi e déi Maltraversi, i Ghibellini si erano riorganizzàti ed erano passàti al contrattacco, innescando una serie di combattimenti, incursioni e scaramucce che si protrassero per le settimane seguenti.

La situazione era inquieta, tanto che durante la prima metà di luglio nelle campagne cominciarono a «andare li lavoranti a zapar com le lanze in spalla» per difendersi dagli assalti delle milizie.

Entrambi gli schieramenti ricevettero il soccorso (o subirono l’intromissione) di bande armate provenienti da altri territorî, sia guelfe sia ghibelline: dall’Emilia quelle déi Pallavicino; dal Veneto arrivarono i rinforzi inviàti dal signore di Padova Francesco Novello da Carrara (1359-1406).

Le truppe carraresi furono poste agli ordini del condottiero soncinese Cabrino Fondulo (1370-1425). Trentatreenne, era noto da tempo per i suoi fatti di sangue, avendo compiuto la sua prima strage a soli sedici anni.

Nel 1402 era stato segnalato a Bologna in forza a una coalizione antiviscontea. Dopo la morte del duca Gian Galeazzo aveva deciso di rientrare nel Cremonese per coordinarsi con il locale partito guelfo. In effetti, aveva ricoperto un ruolo di primo piano nella presa di Cremona avvenuta il giugno precedente.

Il carattere sanguinario e spietato di Cabrino ebbe modo di esibirsi platealmente durante la conquista di Castelleone. Impadronitosene manu militari il 29 luglio, il capitano di Soncino fece ricercare il comandante avversario, Uguccione Pallavicino (?-1403): scopertolo, lo fece portar fuori dal rifugio dove si nascondeva, lo fece uccidere, ne fece smembrare il cadavere e ne fece infilzare la testa su una picca. Poi, diede ordine che il macabro trofeo fosse portato a Crema e issato sulle mura del Castello.

L’occupazione di Castelleone si aggiungeva a quella di altri centri cremonesi come Soncino e Gazzo (Pieve San Giacomo), da cui i Ghibellini furoni scacciàti. La situazione, però, era destinata a evolversi ulteriormente.

Il 12 agosto una formazione di miliziani guelfi partì da Bergamo alla volta di Crema. La spedizione era stata guidata dal «capitaneus guerre» Francesco (?-1403), figlio di Socino (?-1403), e dai fratelli Enrico (1371-1403) e Giovanni (1375-1459), tutti appartenenti alla famiglia orobica déi Suardi. Il suo obiettivo era soccorrere i sodali cremaschi contro le azioni déi partigiani guelfi capitanàti da Bartolomeo (1360 c.a-1405) e Paolo Benzoni (?-1405).

Pur avendo effettivamente raggiunto i ghibellini asserragliàti nel Castello di Porta Ombriano a Crema, i partigiani bergamaschi si ritrovarono ben presto a corto di rifornimenti e impossibilitàti a compiere azioni efficaci.

La loro situazione peggiorò dopo l’arrivo di un contingente inviato da Ugolino Cavalcabò al comando di Cabrino Fondulo, che recava con sé anche alcuni pezzi di artiglieria. Enrico Suardi fu ferito gravemente da una di queste armi, cosicché i suoi compagni furono costretti a evacuare il castello cremasco il 16 agosto.

Dopo aver fatto occupare il fortilizio, Cabrino cercò di inseguire i nemici per massacrarli ma fu convinto a desistere da un capo déi guelfi locali, Giorgio Benzoni (?-post 1429). La fuga non valse a salvare la vita a Enrico, che morì a Caravaggio qualche ora più tardi.

Pochi giorni prima di questi fatti il nobile ghibellino bresciano Pietro Gambara (?-1404) aveva condotto nel Cremonese le proprie milizie: aveva partecipato alla riconquista di Soncino, di Castelleone e di Gazzo (che fu incendiata), si impadronì di Romanengo e liberò Isola Dovarese dall’assedio guelfo.

Il 16 di agosto si era presentato con i suoi uomini davanti al Castello di Santa Croce a Cremona, reclamando di entrarvi per dar man forte al presidio visconteo asserragliatovi. Diffidando della proposta, il castellano Giorgio Crivelli aveva rifiutato di accoglierli. Pietro aveva allora tentato un colpo di mano per occupare la fortezza ma le sue truppe erano riuscite solo a danneggiare gli avamposti del Castello.

Temendo di essere sorpreso dalle forze di Ugolino Cavalcabò, Pietro Gambara si era poi ritirato sulla sponda sinistra del fiume Oglio, proseguendo le proprie azioni nel territorio bresciano.

Alla fine di agosto la parte guelfa stava riprendendo il sopravvento. Il giorno 26 Ugolino, Giovanni Ponzoni e Cabrino Fondulo schierarono i loro uomini attorno al Castello di Santa Croce per assaltarlo. Giorgio Crivelli non ebbe scelta che capitolare, avendo a disposizione solo dieci uomini «da difesa», perlopiù feriti.

La resa del Castello di Santa Croce e quella delle rocchette di San Luca e di San Michele (póste rispettivamente sul fronte occidentale e orientale delle mura cittadine) completarono la conquista guelfa della Città del Torrazzo.

I due «conservatores et gubernatores civitatis Cremonae» poterono così concentrarsi sul resto del contado e déi capisaldi che rimanevano ai Visconti o ai loro sostenitori.

Uno déi più strategici era quello di Pizzighettone, la cui rocca era ancóra in mano viscontea: lì si era ritirato Giorgio Crivelli con il suo séguito e diversi ghibellini vi avevano trovato rifugio. Pósta sulle rive del fiume Adda presso la confluenza del colatore Serio Morto, la fortezza permetteva di controllare i transiti fra Cremonese e Lodigiano e fra Cremasco e Piacentino.

Cabrino Fondulo fu quindi inviato contro la rocca riverasca con le sue truppe (forse, tremila fanti e seicento cavalieri): era vitale per il Guelfi assicurarsi il controllo di questo snodo da cui eventuali contingenti ducali in arrivo da Milano avrebbero potuto aggredire Cremona stessa.

Avuta notizia della minaccia portata alla roccaforte sull’Adda, Francesco Suardi con i suoi miliziani si spostò verso Pizzighettone, per soccorrere il presidio visconteo.

Negli ultimi giorni di agosto la sua formazione si trovava nel Bergamasco. Il 28 aveva tentato di assalire un fortilizio guelfo a Gorle insieme alle truppe di Giovanni. Un paio di centinaia di difensori avevano respinto i circa settecento partigiani déi Suardi, che avevano lasciato sul terreno «multos scutos».

Le forze utilizzate per queste operazioni erano eterogenee per numero ed equipaggiamenti. Si andava da incursioni organizzate con una trentina di cavalieri a brigate di novecento o mille combattenti che riunivano «stipendiarii a lanzis» con «peditibus […] male armatis».

Stando alle forze mediamente impiegate dai capisquadra Suardi nel córso dell’agosto 1403 e alle annotazioni riguardanti l’esito déi fatti, si potrebbe ritenere che Francesco conducesse dai trecento ai quattrocento uomini: la metà o un terzo cavalieri, il resto fanti. è possibile che al gruppo iniziale di Bergamaschi si fossero uniti miliziani di Crema, Cremona, Romanengo e Soncino.

I Ghibellini bergamaschi comparvero davanti alle mura pizzighettonesi il 4 settembre, ignorando che quello stesso giorno Cabrino Fondulo aveva già ottenuto il controllo completo di Pizzighettone.

Probabilmente, il condottiero soncinese aveva potuto contare su un determinante appoggio della popolazione locale: il borgo era già stato sottratto in precedenza al controllo ducale e, secondo una cronaca contemporanea, «quelli de Pizelion» erano «Gelfi». Forse, si era anche accordato con il castellano visconteo della rocca per farsi consegnare la fortezza.

In ogni caso, la speranza di soccorrere il presidio ducale era ormai sfumata: a Francesco Suardi e ai suoi miliziani non rimaneva altro che rientrare a Crema, imboccando velocemente il tragitto appena percorso.

Soprattutto, la parte della strada più vicina all’abitato pizzighettonese. Qui, per poco più di due chilometri, il tracciato viario doveva attraversare la vallata golenale formata dalla confluenza tra l’Adda e il Serio Morto: un terreno paludoso, stretto fra i due córsi d’acqua, che offriva scarse possibilità di manovra a una formazione militare in ripiegamento.

Ne approfittarono le truppe di Cabrino Fondulo, che si misero all’inseguimento déi Bergamaschi: un resoconto coevo riferisce che «li Gelfi ge fono dreto per terra e per acqua per su l’arzeno da Formigara», quasi certamente a bordo di alcune barche.

La striscia di terra fra l’Adda e il Serio Morto si era trasformata in una trappola per Francesco Suardi e la sua brigata. Non ebbero scampo: secondo le cronache, dai trecento ai quattrocento miliziani furono massacràti dopo essere stati catturàti. Il loro stesso comandante fu ucciso, probabilmente trafitto da un dardo.

Diversa sorte toccò ai ghibellini rimasti a Pizzighettone: a quelli non cremonesi fu data la possibilità di allontanarsi liberi (forse, in virtù degli accordi intercorsi fra Cabrino Fondulo e il castellano visconteo della rocca); gli altri furono tradotti a Cremona e rinchiusi nel Castello di Santa Croce e nella Rocchetta di San Luca.

La notizia della strage raggiunse Bergamo probabilmente il 6 settembre. La caduta della roccaforte di Pizzighettone rese ancor più evidente l’impossibilità del governo milanese di soccorrere i partigiani viscontei nel Cremonese e di recuperare in breve tempo le posizioni perdute.

Poche settimane più tardi il duca di Milano perse il controllo anche di Lodi e Piacenza: dalle rispettive città furono scacciàti gli esponenti delle famiglie Vistarino e Anguissola, a favore déi Fissiraga, déi Vignati, déi Landi e degli Scotti.

Il 6 dicembre 1403 morì Giovanni Ponzoni: forse, avvelenato, dopo essere stato estromesso dal governo di Cremona. Ugolino Cavalcabò fu proclamato unico signore della Città del Torrazzo. Tre anni dopo gli successe il nipote Carlo (ante 1375-1406) e, nel 1406, Cabrino Fondulo, che uccise i due signori cremonesi e diversi altri membri del casato Cavalcabò.

Della sanguinosa battaglia combattuta a Nord di Pizzighettone il 4 settembre 1403 nessun segno è presente in loco. La sua memoria è variamente confusa con altri episodî bellici dell’epoca o, tutt’al più, ricordata dalla storiografia locale come una strage compiuta da Cabrino Fondulo ai danni della popolazione pizzighettonese.

Info

Luoghi:
Pizzighettone (Cremona, Lombardia, Italia), cerchia muraria (Piazza d’Armi)
Bergamo (Lombardia, Italia), Cittadella Viscontea (Piazza della Cittadella)
Milano (Lombardia, Italia), Castello Sforzesco (Piazza Castello)

Date:
30 luglio e 3 settembre 2011, 12 maggio e settembre 2012, 14 settembre 2013, 31 ottobre 2015, novembre 2016 e 28 ottobre 2017 (a Pizzighettone)
30 giugno 2018 (a Bergamo)
3 agosto 2019 (a Milano)

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Note:
gli eventi sono stati ideàti e condotti da Davide, che detiene la paternità creativa dello spettacolo e tutti i relativi diritti; i contenuti da lui illustràti al pubblico durante le manifestazioni sono basàti sugli esiti delle sue ricerche in àmbito storico; Pizzighettone 1403: la battaglia dimenticata non è una rievocazione storica con personaggî in costume e animali

© Davide: tutti i diritti riservàti – Pubblicato il 31 luglio 2022 – Aggiornato il 26 giugno 2024